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The Carter V: lo sparo, la crisi, la luce

Possiamo solo immaginare cosa sarebbe potuto essere The Carter V nel 2014, quando Lil Wayne ha annunciato per la prima volta che era finito. Probabilmente quell’album non sarebbe stato altrettanto gratificante o rivelatore rispetto al tardivo prodotto finale che un umile Wayne ha presentato al suo 36esimo compleanno, dopo i quattro anni più difficili della sua carriera.

Lil Wayne stava già scavando il fondo al momento della crisi artistica e personale che lo ha colpito, sembrava quasi ormai rassegnato a questo ruolo di secondo piano, ad essere un ricordo, aveva anche smesso di definirsi ‘the best rapper alive’. Invece Weezy qualcosa da dire ce l’ha eccome, soprattutto dopo gli anni di conflitto col suo mentore Birdman che lo ha tenuto artisticamente in ostaggio impedendogli di pubblicare l’album. Lo strazio di questo contrasto con quello che è stato quasi un padre putativo per Wayne è meglio documentato in Sorry 4 The Wait II del 2015 uno dei suoi più appassionanti mixtape.

C’è un grado di controllo della qualità su Carter V che nessuno avrebbe potuto aspettarsi da un disco di Lil Wayne del 2018, per non parlare della durata di 90 minuti dell’intero lavoro. Egli non è più il folle archetipo dell’acid rap, capace di creare in poche barre una realtà psichedelica che vede pesci volare in cielo e uccelli nuotare in acqua; è difficile sopravvivere con un’immaginazione alla Cristopher Robin fino all’età adulta.
Carter V cattura Wayne come vogliamo ricordarlo: spensierato, ubriaco di parole ed esaltato dalle possibilità della sua stessa voce. Richiama i suoi tic più odiosi: il prepotente Auto-Tune; le battute incessanti; quello schiamazzo che si trascina quasi stanco sui beat. E persino le sue battute scherzose si ripagano in modi inaspettati, a volte emotivi :”Dovrei avere un tatuaggio che dice,’ Io non sono come mio padre ‘”, ha battuto sul nervoso ritmo di Zaytoven in “Problems”.

Alcune di queste tracce risalgono a anni fa, mentre altre sarebbero state terminate poche settimane fa. Potrebbe essere una ricetta per il colpo di frusta, ma la maggior parte di questo materiale è intrecciata così perfettamente che la sua provenienza non è sicuramente frutto di una distrazione.
Nicki Minaj regala le prestazioni di R&B più brillanti della sua carriera in “Dark Side of the Moon” e Kendrick Lamar porta a livelli di follia il suo “Stan”, mentre drammatizza il crollo del fidanzato geloso spinto al limite dall’ossessione della sua partner per Weezy. Tutti i riflettori sono accesi su “Mona Lisa“, dove scoppiano una dozzina di voci diverse alle quali i due rapper danno una carica lirica che si può definire aliena. Né Wayne né Kendrick hanno lasciato che l’alta idea della canzone si intromettesse in un rap sfrenato e feroce.

Don’t cry’ con il compianto XXXTentacion apre l’album con una nota di gentilezza e prosegue con ‘Let It Fly’, un inno volto all’elevare sempre il proprio stile e la propria personalità, grazie anche all’aiuto del rapper di Sicko Mode e campione d’incassi con Astroworld, Travis Scott. In Carter V Wayne finalmente si concede il permesso di restare indietro rispetto ai tempi.
Si ricongiunge con Mannie Fresh nel divertentissimo ritorno al passato “Start This Shit Off Right“, accompagnato dall’amabile goofball del giovane Money Mack Maine e dalla voce celestiale della regina della radio di ieri, Ashanti. Anche Swizz Beatz entra nella nostalgia, adrenalizzando la sua jam club “Uproar” con un omaggio a “Special Delivery” di G. Dep.

Per quanto sia stato riorganizzato negli ultimi quattro anni, una cosa è rimasta la stessa da quando è stato annunciato The Carter V: la sua copertina, una foto di un giovane Wayne con sua madre Jacida.  E’ lei a recitare l’intro in lacrime parlando di quanto sia fiera di suo figlio Dwayne Michael Carter Jr. Non è l’unica donna nella sua vita che svolge un ruolo di primo piano. Sua figlia maggiore, Reginae, partecipa alla traccia “Famous“, e la sua ex-fidanzata Nivea onora la sua storia di redenzione “Dope New Gospel”. La loro presenza prefigura il tono insolitamente personale dell’ultimo tratto dell’album, specialmente l’ultima traccia “Let It All Work Out”. Splende una nuova luce su una delle ombre del passato di Lil Wayne: la ferita da arma da fuoco autoinflittasi alla quale è sopravvissuto all’età di 12 anni e che aveva sempre sostenuto fosse stato un incidente. Ora conferma, non lo era. “Miravo dove il mio cuore stava martellando“, dirà il rapper di New Orleans.

È una rivelazione potente, che in effetti ha aspettato anni prima di condividerla fino a quando non ha trovato il giusto lieto fine per incorniciarla, e chiude il disco su una nota mozzafiato. Ciò che stupisce non è che Wayne abbia ancora musica così vitale in lui. Dopo tutti questi anni stupisce che da lui ci sia ancora molto da imparare.

 

Piermichele Vergara

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Alaia Antonio, nato il 2 maggio 1998.
Studente di lettere moderne, attore nella compagnia teatrale "Schultz" di Napoli, redattore presso il magazine "La Testata" e collaboratore di "Trvppinaples"

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Rebecca Grosso, nata a Napoli il 26 maggio 2000. Redattrice scientifica presso il magazine online "La Testata" e collaboratrice per TRVPPINAPLES.

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Carlotta Maschio nasce a Napoli nel 1994 sotto il segno del capricorno. Si laurea in Lettere Moderne presso la Federico Secondo di Napoli, dopo aver conseguito il diploma liceale socio-psico-pedagogico. Attualmente è già redattrice presso il magazine online “La Testata” e presso il magazine online “Neomag”. Si occupa principalmente di costume e moda. Aspira ad ottenere il ruolo di direttrice presso Vogue Us.

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Fulvio Mele

Classe '96, laureato in Sociologia alla Federico II di Napoli, scrive per Informare, magazine di promozione socio-culturale, dal 2013.
Per Informare è stato anche vicedirettore dal 2016 al 2018.
Giornalista pubblicista da Marzo 2016.